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Claudio Capotondi

CapotondiNato a Tarquinia nel 1937; ha vissuto e lavorato a Roma (1962-1999), New York (1984-1989) e dal 1973 è presente a Pietrasanta dove realizza personalmente le proprie sculture. E’ stato menzionato nel “Catalogo Bolaffi Scultori da Giuseppe Marchiori (1972), da Giorgio Di Genova (1977) e da Fortunato Bellonzi (1984).

Le sue monumentali sculture si trovano in collezioni pubbliche e private in Austria, Svizzera, Finlandia, Libia Giappone, Usa ed in altri paesi. Sue opere in marmo e travertino sono in esposizione permanente all’Eurogarden, Viale Terme di Caracolla in Roma e all'Open One in Via Aurelia Sud a Pietrasanta.

Nel 2000 ha ricevuto il Premio “Michelagelo Città di Carrara”.Ha partecipato a diverse rassegne collettive in Italia e all’estero, fra cui ricordiamo: “Dieci Nuovi Scultori Italiani” Lissone, 1965, “Symposion Lindabrunn” Museo Secessione Vienna, 1969, “Scultori Italiani Contemporanei” Palazzo Reale Milano, 1971, “Scultori Laziali” Musei di Mosca e Leningrado, 1989, “Concorso di idee per l’Augusteo di Roma” Palazzo delle Esposizioni Roma, 2000, “Mater Materia” Florida International Univerity, 2002.

Nel 2000 viene inaugurata “PORTAROMA”, opera che viene posizionata nell’area verde limitrofa all’uscita dell’autostrada A1 Roma Nord di Fiano Romano. Si tratta di un arco-scultura con due monoliti di marmo di 36 tonnellate ciascuno che si contrappongono ed autosostengono senza chiave di volta per solo mutuo contrasto di spinta scaricata sulle due spalle di blocchi di travertino sovrapposti ed assemblati a solo contatto di tagliate. Il peso è di 210 tonnellate e le misure sono di 15 metri in lunghezza e di 7 in altezza.

Sito ufficiale: www.claudiocapotondi.it

 

 

 

 




Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Marzo 2010 )
 

Claudio Capotondi - L'intervista

La benefica ferita

“Il tormento e l’estasi” di Irving Stone è il libro che racconta i quattro tormentati anni in cui Michelangelo Buonarroti dipinge le volte della Cappella Sistina dopo una dolorosa lotta contro un ambiente ostile e precario. E’ la storia romanzata di tutte le traversie che il protagonista deve affrontare per realizzare i celebri affreschi, seguendo unicamente il sacro fuoco della fede più intima e dell’arte. Nessun titolo è più efficace per meglio comprendere Claudio Capotondi e la sua opera.

“L’artista ha una profonda ferita che tiene gelosamente nascosta. Una sorta di patologia difficile da definire, non rivelata, che nello stesso tempo è però vitale in quanto energia propulsiva della sua azione”.
Subito un'affermazione densa di significato da parte dello scultore che ci accoglie a Seravezza, nel giardino del Palazzo Mediceo dove nell’estate è stata allestita la sua rassegna “Al verso e al contro”.
“Ho voluto così titolare la mia mostra proprio per evidenziare il mio coinvolgimento con la pietra scavata personalmente in taglio diretto, paragonando la vita al marmo che è docile al verso e duro al contro, come sa chi lo lavora.
Concetto e manualità, pensiero e materia, per me inseparabili. Lo scultore "Artifex" che compie con le proprie mani"
Come per Michelangelo, anche per Claudio Capotondi le cave di marmo apuane  sono state un richiamo irresistibile.

“Nella metà degli anni ’70 da Roma mi sono trasferito in Versilia in una sorta di ritiro “monastico”,  per passarvi gran parte del mio tempo per lavorare.
Riconosco in particolare Pietrasanta come cellula germinale della mia azione, perché è luogo di dedizione e di assoluto amore per il marmo e non di presenzialismo sociale.  Qui vivo isolato, appartato e lontano dalle luci della ribalta,secondo una scelta consapevole in linea con il mio carattere introverso.  All'età di 17 anni, lessi per la prima volta la vita di Michelangelo, in cui è citato il nome di Pietrasanta; in quel preciso momento rimasi folgorato e la città, per uno che già da bambino faceva ritratti del padre con sculture di terracotta, assunse un’aria di magia. Ricordo un episodio di quel tempo: preso dall’entusiasmo, dopo aver letto il libro, scrissi con l’ingenuità della giovinezza una lettera al sindaco che, immagino, non fu nemmeno letta, nella quale raccontavo della mia vocazione che mi avrebbe condotto prima o poi, nella cittadina. Nel 1974 decisi di scoprirla personalmente e qui la passione della scultura è stata continuamente alimentata dal contatto con il mondo degli abili artigiani; da essi, che hanno insito il dna della conoscenza di marmi e graniti,  ho appreso le prime tecniche di lavorazione".

Come concilia il fatto di essere un artista, a contatto dunque con un vasto pubblico, con la sua riservatezza?
“Non parlerei di discrasia fra il fatto di essere introverso e il ruolo di artista. Io vivo di scultura, essa è vita e terapia per affrontare la fatica fisica del lavoro. Grazie all’arte riesco ad estrapolare da dentro me stesso una armonia che voglio anteporre alla disarmonia del mondo. Il malessere autobiografico mi fa scorgere con lucidità e disincanto quanto sia futile e precaria l’esistenza dell’uomo".

Quale è dunque il rapporto fra artista e società?
"Con le avanguardie storiche questa relazione si è alterata. La committenza legata ad un potere e obbligata a rispettarne le regole si è completamente ribaltata perché l’uomo d’arte ha deciso di esprimere se stesso. Ma per chi come lui ha coscienza del proprio ruolo, allora cerca di esprimere, oltre se stesso, anche il proprio tempo e le sue contraddizioni".

Cosa esprime l’opera di Claudio Capotondi ?
"Il concetto della nascita, intesa in senso fisico, psicologico e cosmico; voglio intuire quali sono le regole della natura e indagare la profondità del processo evolutivo che resta sconosciuto. L’energia propulsiva dell’origine dell’esistenza fa emergere i nuclei vitali sommersi, come l’azione di un anticorpo provvidenziale allo smarrimento del mondo contemporaneo. Diversi miei lavori rappresentano una sfera che, racchiudendo la forma della placenta e del cosmo, successivamente si spacca, infrangendo i limiti geometrici,  per liberarsi con grande difficoltà e dare inizio alla vita. Ma il mio è un linguaggio ermetico, non immediatamente comprensibile a chi vi si avvicina per la prima volta. Di fronte ad un messaggio“tutto sotteso”, vorrei che si prestasse particolare attenzione alla lavorazione della pietra come strumento per capire l’energia espressiva dell’intervento manuale".

C’è una predilezione nel suo lavoro per le pietre dure.
"La mia scultura èil tentativo di dare una risposta al mistero della natura e della sua ostilità. Per tentare questa sfida affronto il porfido e il basalto, pregni di memoria primordiale, che oppongono una resistenza estenuante ed impongono tempi esecutivi lunghissimi.. Nel lavoro sulle pietre dure si evidenzia anche il confronto dovuto con il lascito dei nostri gloriosi artefici del passato, in particolare degli egiziani che forse più di altri sono riusciti  far emergere la difficoltà  - ma nello stesso tempo la passione - di tagliare e scavare la materia. Nella sua monumentalità, la scultura egizia rappresenta il massimo della capacità umana espressa nei secoli di affrontare l’ostilità delle pietre, mentre oggi vedo purtroppo spesso un  facilismo superficiale nel mondo della scultura. Fino ad oggi ho realizzato 95 sculture in pietre diverse, di cui 18 opere pubbliche lavorate in massima parte insieme agli artigiani della Bottega Versiliese e le altre tutte sbozzate e finite da solo in taglio diretto".

Non parla dell’arte classica. E’ possibile per uno scultore prescindere da essa?
"Fermo restando che la Nike di Samotracia è forse la scultura più bella mai stata fatta, l’arte classica è basata sulla rappresentazione figurativa del corpo umano e proprio per questo ha una limitatezza dimensionale. E’ impossibile paragonare un obelisco di 25 metri con una statua di 3.
Ho percepito i limiti antropomorfici della dimensione figurativa di fronte ad una concezione spaziale che comprende tutto, materia, spirito e cosmo.
Anch’io sono partito dalla stretta rappresentazione della realtà, costituendo essa il punto di riferimento immediato.
Poi però, nel corso degli anni,  ho maturato il bisogno interiore di uscire da questi limiti, alla ricerca del punto d'intersezione tra...