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“Scolpire non mi diverte, ma l’arte è la mia benedetta maledizione grazie alla quale posso esternare le sensazioni più profonde. E’ un qualcosa di viscerale e quasi impellente dell’idea che devo fissare”. L’incipit è un fulmine a ciel sereno che ci disorienta, siamo costretti a rivedere la scaletta delle domande che avevamo preparato. Novello Finotti si esprime con misura e modi pacati, ma la personalità è brillante ed è difficile condurre l’intervista secondo canoni prestabiliti. Stracciamo dunque il nostro appunto preconfezionato e cerchiamo di sapere di più dell’artista, chiacchierando nel suo studio nel centro storico di Pietrasanta. “Base del mio lavoro è l’uomo con tutte le sue problematiche esistenziali: la vita, l’amore e la morte, temi legati da un unico filo conduttore che ritroviamo lungo tutto il corso della mia vita da scultore, dalla Biennale di Venezia del 1966 fino a “Soffio d’anime” la mostra allestita a Sant’Anna di Stazzema nel 2004, in occasione del 60° anniversario dell’eccidio nazista.” Cosa ha significato per lei esporre le proprie opere in un luogo di così denso significato? “Spesso mi reco a Sant’Anna e sempre questo luogo mi provoca una forte sensazione di angoscia ripensando a quanto male è potuto giungere l’uomo in questo sperduto paesino in mezzo ai boschi dell’Alta Versilia. Qui pare sentire le anime che ancora aleggiano seguendo il fruscio del vento, come un sommesso lamento. E il dolore è più forte se ripenso alla morte di mio padre, vittima dell’odio scatenato dalla guerra”. Come è nata l’idea della mostra? “Era il periodo in cui stavo lavorando ad una scultura in granito nero, “Cari Avi”, dedicata ai nostri progenitori. Un giorno mi trovavo nel vicino paese di Valdicastello, che si trova proprio sotto il colle dove oggi sorge l'ossario e parlando con l’amico Francesco Cipriani e sua figlia Ilaria (che ha poi curato il testo del volume che ne è seguito) è nata l’idea di inserire l’opera in una mostra in ricordo della strage. “Soffio d’anime” è stata una esperienza irripetibile che mi ha segnato profondamente. Le sculture si sono come “intrise” dell’angoscia che questi luoghi infondono a chiunque vi si rechi”. Ha parlato dei granito nero. Lei spesso ha scelto la pietra di questo colore. Perché? “Bianco e nero sono i colori fondamentali che hanno la capacità intrinseca di accentuare o dissolvere i contenuti di un lavoro. Una rappresentazione è fatta in marmo Bianco perché farla con una pietra scura significherebbe accentuare la sua drammaticità e sarebbe dunque negata quell’idea di soprannaturale che deve avvolgere un’opera d’arte.Il Nero Belgio è una delle mie pietre preferite: come nessun altro materiale porta dentro sé un velo di mistero ed offre la possibilità di arricchire la scultura con sfumature dal grigio alle tonalità più cupe. Il marmo Bianco di Carrara dispone di una luce propria interiore tale da permettere la “levitazione” della materia che sembra così sospesa nel vuoto. L’ alternanza di passaggi della luce in chiaro-scuro dona inoltre all’opera grande poesia e un’idea di rarefazione mista a spiritualità. E questo è un concetto affascinante, se pensiamo alla pesantezza caratteristica del marmo”. Nei suoi disegni troviamo ricorrente il tema della notte. Cosa rende questo concetto così affascinante? “La notte ha il significato di un ritorno alle origini, un qualcosa da cui tutto ha origine. Da quelle ore dominate dal buio e dai silenzi spesso ha origine l’ispirazione. Allora mi desto e cerco di fissare in uno schizzo le riflessioni suggerite dal quel particolare stato d’animo, per poi in un secondo momento fissarle nel modello”. “Autoritratto con altre presenze” (1976), “Riflessi” (1991) e “Dondolo” (1994) sono alcune fra le opere in cui si ha una mutazione del marmo in figure antropomorfe. Cosa significa questo passaggio dalla materia all’uomo? “E’ l’idea della metamorfosi e della tramutazione. Sono sempre stato affascinato dal fatto che all'interno di una immagine ne possa vivere un’altra meno delineata, ma misteriosa ed ancora in parte da scoprire sia nella forma che nei contenuti. Proprio nel perseguire un rapporto alla pari tra questi due ultimi elementi, forma e contenuto, sono quasi maniacale: nell’esecuzione dell’opera nessuno dei due deve prevaricare l’altro, ma avere lo stesso risalto in una vicendevole compenetrazione”. Lei vanta, fin dai primi anni ’60, la partecipazione alle principali rassegne artistiche internazionali. Come è cambiato l’approccio all’arte da parte del pubblico in questo quarantennio? “Sono contento di affermare che le cose sono cambiate in meglio. Negli ultimi anni si riscontra un sempre maggiore interesse da parte del pubblico, dei media e anche dei collezionisti. L’arte vive oggi una rinnovata importanza che premia il lavoro di noi scultori, sempre alle imprese con le grandi difficoltà che comporta l’esecuzione di una opera. La gente capisce che l’arte ha anche una funzione sociale e non solo mera contemplazione. Nelle brutture e nel dolore di tanti aspetti dei giorni nostri anche una scultura può far sognare e condurci anche solo per per un istante in un mondo dove regnano la pace, la bellezza ed il silenzio.”
Intervista a cura di Stefano De Franceschi con la collaborazione di Francesco Cipriani
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