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LA CASSAZIONE SUL caso fiordichiara-cmv marmi «È inammissibile il ricorso della Procura»

20 Marzo 2017
K2_ITEM_AUTHOR  Il Tirreno Massa Carrara

CARRARA La Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal Procuratore capo Aldo Giubilaro nell’ambito del procedimento a carico di Davide Montefiori, Alessandro Macchione e Giampiero Ciarleglio; in sostanza, il procuratore aveva chiesto di ribaltare il provvedimento del tribunale del riesame che aveva annullato l'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Massa del 6 febbraio 2016; il gip del tribunale di Massa aveva disposto il sequestro preventivo di un ramo d'azienda, costituito dal complesso di beni organizzato per l'escavazione di marmo a Carrara e dalla relativa concessione, del valore di due milioni e 630mila euro, ceduto dalla Fiordichiara srl, dichiarata fallita nel febbraio 2015, in favore della Cmv Marmi srl. Il tribunale del riesame lo aveva annullato. Il sequestro - ricostruisce la Suprema corte, era stato adottato nell'ambito del procedimento per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e bancarotta preferenziale, ipotizzati a carico di Davide Montefiori, amministratore unico della ditta fallita, in relazione alla presunta omessa tenuta del libro inventari; alla presunta mancata redazione delle scritture di chiusura del libro giornale per l'anno 2012, e alla ipotizzata distrazione in favore della Fdc Trading srl, della quale Montefiori era legale rappresentante, di somme per complessivi 145.514,16 euro mediante emissione - questa la tesi dell’accusa, ricordata dalla Cassazione - di false note di credito; e ancora, si ipotizzava la distrazione del saldo di cassa contanti per 95.031,13 euro e del saldo di cassa assegni per 6.000 euro e il pagamento in proprio favore di contributi Inps dal 2009 al 2011 per 63.774 euro. L’inchiesta in corso a carico dello stesso Montefiori, di Alessandro Macchione, socio della Cmv Marmi e della Marble & Stones Limited, a sua volta socia della Cmv, e di Giampiero Ciarleglio, amministratore della Marble & Stones, ipotizza inoltre la presunta distrazione del ramo d'azienda. La richiesta di riesame proposta dalla Cmv Marmi - aggiungono i giudici della Suprema Corte - era ritenuta dal Tribunale fondata in quanto, alla luce degli elementi prodotti dalla difesa, doveva escludersi la configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta ipotizzato con riguardo all'ultima distrazione. Il Procuratore della Repubblica, nel suo ricorso in Cassazione, sosteneva al contrario la necessità di quel sequestro preventivo. Ma, come detto, secondo i giudici della Corte, il ricorso della Procura è inammissibile. E scrivono, con termini necessariamente tecnici: «È in primo luogo manifestamente infondata la censura di omessa valutazione delle condotte, oggetto delle ipotesi d'accusa diverse dalla distrazione del ramo d'azienda della fallita, ai fini del giudizio sulla sussistenza dei presupposti del sequestro preventivo». Il sequestro, ribadiscono, «veniva disposto con esclusivo riferimento all'ipotesi di distrazione di quel ramo d'azienda, riguardando per l'appunto i beni che costituivano l'oggetto materiale di tale specifica ipotesi distrattiva, del quale si intendeva impedire la definitiva dispersione. Le altre condotte ipotizzate erano pertanto irrilevanti nel giudizio in discussione». Insomma, quanto affermato nel ricorso della Procura «si risolvono in rilievi di carattere meramente motivazionale sulle argomentazioni del provvedimento impugnato, incentrate sull'insufficienza, ai fini di un'affermazione di identità fra il soggetto venditore e quello acquirente del ramo d'azienda, di un controllo diretto del Montefiori su una quota minoritaria della Cmv, sulla funzionalità della cessione per il conseguimento di un corrispettivo, a fronte di uno stato di decozione che avrebbe comunque portato alla cessazione dell'attività estrattiva a seguito della revoca delle relative concessioni, e sull'effettività di detto corrispettivo in quanto integrato dall'accollo di debiti in pagamento di una cessione di beni che risultava peraltro comprendere anche macchinari che non erano di proprietà della venditrice». Pertanto, «risultando il ricorso, in conclusione, proposto per motivi diversi dalla violazione di legge», è inammissibile. (m.b.)

 

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