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Lunga notte di ricerca fra le rocce L'alba spegne la speranza I corpi dei due operai recuperati sotto duemila tonnellate di marmo

16 Aprile 2016 K2_ITEM_AUTHOR  La Nazione Massa Carrara

I familiari hanno atteso sul piazzale fino al mattino l’esito delle operazioni di soccorso


Cristina Lorenzi
CARRARA
UNA NOTTATA trascorsa a scavare, a muovere sassi delicatamente, per non compromettere una situazione già tragica. Sotto la luce delle torri faro, vigili del fuoco, speleologi, protezione civile, squadre cinofile hanno lavorato ininterrottamente nella cava di Gioia dove l’alba ha messo fine anche alle ultime speranze. Alle 6 è stato estratto sotto 2mila tonnellate di marmo, sotto un costone di 30 metri che si è staccato dalla montagna, il corpo di uno dei due cavatori uccisi dalla frana nella cava Antonioli a Colonnata. La salma del vice capo cava, Roberto Ricci Antonioli, 55 anni, è stata portata sul piazzale fra le lacrime dei familiari e degli amici che hanno trascorso la notte con il fiato sospeso a seguire le operazioni di soccorso. Poche ore dopo, poco prima delle 8, è emersa dalle rocce anche la seconda salma, quella di Federico Benedetti, 46 anni. Da lì una mesta processione verso valle di feretri, bare, lettighe; smontati i fari e le luci, scesi i Suv dei vigili del fuoco, della Protezione civile, delle forze dell’ordine, sul piazzale è rimasto soltanto il silenzio assordante di altri due morti, uccisi proprio da quel marmo che avrebbe dovuto dare loro lavoro e pane. Il corteo si è poi trasferito all’obitorio di Carrara da dove ieri, in serata, le salme sono state portate all’ospedale della Versilia, dove il pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Alessia Iacopini, ha disposto l’autopsia che verrà effettuata oggi.
INTANTO, sul fronte delle indagini condotte dal commissariato di Carrara, il fascicolo cambia il capo di imputazione che da disastro colposo diventa omicidio colposo in cooperazione con l’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Nel registro degli indagati, prima contro ignoti, le consuete tre figure cardine del lavoro in cava: il titolare, Cesare Antonioli, proprietario di una cava conosciuta universalmente nelle Apuane come una delle più moderne e rispettose delle norme e della tutela dei lavoratori, il direttore dei lavori, quel Carlo Musetti che dallo spavento è stato vittima di un infarto e adesso è ricoverato all’ospedale cardiologico dove è stato sottoposto a due delicati interventi chirurgici, e il responsabile della sicurezza in cava.

L’ingegnere Asl: «Errore umano» Ma i sindacati vogliono nuove regole
«Seppellite mio padre con l’abito da cavatore» «Seppellite mio padre con gli abiti da cavatore, perché quello era lui». E’ la richiesta di Matteo, figlio di Federico Benedetti, uno dei due operai morti.
Camusso, Cgil: «Mettiamo in discussione le concessioni»
«Senza sicurezza e controlli bisogna mettere in discussione concessioni e modalità di lavoro»: così Susanna Camusso, segretario generale Cgil.
CARRARA
«UNA CAVA conosciuta come fra le più sicure, ma non si può tagliare il blocco su cui si sta lavorando». L’ingegnere del Servizio prevenzione dell’Asl, Maura Pellegri, da decenni ‘vigile’ del settore cave a Carrara, è esterrefatta: non capisce come un capo cava e un vice, lavoratori di comprovata esperienza, possano aver avuto una condotta simile. «Si tratta dell’abc del mestiere – spiega Pellegri –, non erano in corso pericolose operazioni di bonifica o di messa in sicurezza. Si stava effettuando un taglio per l’ampliamento della cava. Si stava eliminando una parte non produttiva per arrivare a quella sana del marmo da scavare. Si tratta di un pezzo di monte strapiombante, una cava a getto che non aveva piede ed era attaccata al versante soltanto con quel lato che è poi stato tagliato. Se si seziona l’unica parte ancorata alla parete è ovvio che crolla».
Parla di errore di valutazione, «errore gravissimo», Pellegri che certo non intende individuare responsabilità, quello spetta alla Procura, ma soltanto chiarire la dinamica di un’operazione che ha portato alla morte di due cavatori sepolti sotto due tonnellate di marmo e sprofondati in una voragine di sassi alta 30 metri. Sgombra il campo dalle voci che si sono susseguite nelle ultime ore in città sull’esplosione di mine che avrebbero potuto provocare il crollo. «Non è stata l’esplosione la causa dello sgretolamento – aggiunge il tecnico –, ma semplicemente un gravissimo errore di valutazione».
Ingegnere, sarà il caso di rivedere regolamenti e normative, cosa si può fare per rendere il lavoro al monte più sicuro?
«Le leggi ci sono e sono più che sufficienti. Ma se mi metto a tagliare la bancata dove sono collocato vengo giù, a prescindere da qualsiasi normativa».
DI ALTRO avviso i sindacati che ieri hanno trascorso una mattinata di denunce e accuse a palazzo civico con l’intero mondo del marmo e del monte: «Capisco la rabbia di tutti – dice Luciano Bettin della Filca Cisl nazionale – non è facile salutare la mattina i familiari e vederli tornare a casa cadaveri. Servono nuove regole e norme più rigide per tutelare la sicurezza dei lavoratori delle cave».
«A Carrara non si può morire di lavoro»: chi parla è il procuratore capo di Massa Aldo Giubilaro che accusa tutti gli addetti ai lavori. «Non mi sento di dire che ci siano condizioni di sicurezza accettabili all’interno delle cave. Chi ha l’obbligo di mettere in atto le normative antinfortunistiche e rispettare le regole per la sicurezza dei lavoratori non lo fa. Chi dovrebbe controllare non è nelle condizioni per farlo. E’ impossibile che nessuno si accorga che i bacini apuani sono unici, più ampi, più complessi, con un tipo di attività più intensa e più pericolosa rispetto ad altre cave: abbiamo bisogno di potenziare i controlli, magari creando un organismo, tra Procura, Forestale, Vigili del fuoco e Asl che si occupi esclusivamente del mondo cave».
SOSTIENE la necessità di rivedere le norme anche il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri che propone «gli stati generali della sicurezza sul lavoro». Dopo il sopralluogo alla cava di Gioia, Ferri ha ribadito la necessità di aggiornare la normativa in materia di sicurezza, di rivedere le competenze e i ruoli nelle imprese che svolgono attività di escavazione.
Cristina Lorenzi

A Gioia è il giorno del dolore Trovate le salme dei due cavatori
L’autopsia al Versilia Il pm ha disposto l’autopsia: ieri le salme sono state trasferite all’ospedale Versilia
Le indagini e l’inchiesta Tre persone iscritte nel registro degli indagati: titolare, direttore e responsabile
di CRISTINA LORENZI
UNA NOTTATA di scavi, ricerche con i cani, lavori di escavatrice, lenti per non peggiorare una situazione già drammatica, ruspe che si muovevano con il bilancino per non spostare massi che sembravano in equlibrio, arrampicate sulle pendici di quello che è rimasto di una montagna. Vigili del fuoco, gruppi cinofoli, speleologi, protezione civile hanno lavorato ininterrottamente tutta la notte a Gioia per cavare fuori dalla roccia i corpi di Federico Benedetti, e Roberto Ricci Antonioli, il capo cava e il vice che fin dal primo appello dopo il crollo della bancata della cava 171 non hanno mai risposto. Prima una mano, poi i resti di un giubbotto, infine la tragica verità è stata ufficializzata alle 6 del mattino quando le squadre del soccorso sono riuscite portare avvolto nel sacco mortuario, sul piazzale della cava Antonioli, conosciuta come fra le più sicure e con metodi di lavorazione moderni e sicuri, il corpo di Roberto Ricci.
POCHE ORE dopo, alle 8,45 è stato trovato il compagno, Federico Benedetti. Un tragico susseguirsi di feretri e barelle che ancora una volta hanno fatto da contrasto al nome di un posto che si chiama Gioia. Poi la mesta processione all’obitorio di Carrara. E’ calato il sipario nel piazzale di marmo bianco, con il lento smontare di cavalletti e torri faro, con la discesa a valle di telecamere, camionette, suv dei soccorsi e delle forze dell’ordine. Tutto in mezzo alle lacrime dei compagni, dei familiari delle due vittime, dei colleghi che maledicevano quel monte che pure ha dato loro cibo per decenni. Il resto è una città agghiacciata in un silenzio assordante, che attende le autopsie dei due corpi. Il pm Alessia Iacopini ha dato incarico al medico legale. Ieri in serata le due salme sono state trasferite all’ospedale della Versilia dove oggi è in programma l’esame autoptico. Poi si potrà conoscere la data per i funerali.
INTANTO, mentre la città si interroga e i lavoratori del monte, riuniti in assemblea a palazzo civico puntano l’indice contro tutti e tutto, in procura il fascicolo contro ignoti che parlava di disastro e lesioni colpose è stato cambiato con nuovi capi di imputazione.
L’accusa è di omicidio colposo in cooperazione con l’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. Tre le persone iscritte nel registro, il titolare della cava, Cesare Antonioli, il direttore dei lavori, Carlo Musetti, adesso ricoverato per un infarto e sottoposto a due delicati interventi chirurgici, e il responsabile della sicurezza sul cantiere. Il piazzale della cava resta sotto sequestro e la squadra del commissariato di Carrara è al lavoro per verificare l’esatta dinamica della tragedia. Chi non ha dubbi e snocciola «atteggiamenti superficiali» nelle lavorazioni è l’ingegnere Maura Pellegri, responsabile del servizio di prevenzione sui luoghi di lavoro dell’Asl, che accusa «metodi di lavorazione che poco hannoa che fare con la sicurezza».

Non vogliamo più morire così La rabbia dei cavatori contro tutti
di ALFREDO MARCHETTI
«ORA è tardi per parlare. Dovevate esserci prima che questa ennesima tragedia succedesse». Rabbia, sgomento, ma anche rassegnazione. I cavatori ieri mattina hanno urlato alla città tutto il loro odio verso queste morti sul lavoro. In occasione dell’assemblea indetta dalla Cgil in Comune, che ha visto uno sciopero generale di 24 ore dei cavatori a monte e valle, nato dopo la tragedia avvenuta giovedì mattina a Colonnata, dove hanno perso la vita Federico Benedetti e Roberto Antonioli Ricci, i lavoratori del monte hanno urlato tutta la loro rabbia contro sindacati e istituzioni, ieri rapresentate dall’assessore regionale alle Attività produttive Stefano Ciuoffo, dai sindaci Angelo Zubbani e Fabrizio Volpi e dalle sigle sindacali rappresentate da Paolo Gozzani della Cgil, Roberto Venturini di Fillea Cgil, insieme a Dino Novembri dei Cobas del marmo, Luciano Bettin della Filca Cisl nazionale. Con loro anche Salvatore Lo Balbo della segreteria nazionale della Cgil e Francesco Fulignani di Feneal-Uil.
UN MINUTO di silenzio chiesto dalla senatrice del Movimento 5 stelle ha spezzato la tensione con cui i cavatori si sono rivolti al tavolo delle autorità. «Ma lo capite o no che alle cave e anche al piano – è intervenuto Walter Giorgeri, cavatore – ci muoiono le persone? Tutto questo parlare non serve a niente. Se non si fa qualcosa ora, per la sicurezza, tra due mesi saremo di nuovo qua a parlare di altri morti». In segno di protesta, un lavoratore del monte, Gianluca Volpi, ha iniziato il suo intervento girando le spalle al tavolo dove era presente la politica ed i sindacati. «Oggi non mi sento rappresentato da voi – ha tuonato –. Non andiamo a lavorare perché vogliamo morire, ma perché dobbiamo mantenere una famiglia. Come possono succedere cose del genere? Voi non avete nessuna responsabilità? Ci sarà qualcuno che dà autorizzazioni per coltivare le cave in quel modo. È ora che applichiate le leggi, il momento delle buone parole è finito. Ogni volta che la mattina esco per andare a lavoro bacio mio figlio perché ho paura che possa essere l’ultima volta che lo vedo. Basta, prendete provvedimenti». Per i sindacati è intervenuto Bettin: «Capisco la rabbia di tutti. Deve essere terribile salutare i propri cari la mattina e poi tornare a valle cadaveri. Ogni anno i morti sul lavoro sono una vera e propria piaga sociale. Le regole e le norme servono, ma è difficile sedare la rabbia». «Siete voi, adesso – ha dichiarato Paglini – che dovete dire cosa fare. Una delegazione parlamentare della sicurezza sul lavoro sarà alle cave il 2 maggio perché devono capire con i loro occhi in che condizioni lavorano i cavatori». «Le parole – è intervenuto l’assessore Ciuoffo – ora sono inutili, le istituzioni adesso devono dimostrare la loro presenza. Abbiamo il dovere di interrogarci per quello che è successo. La magistratura ora dovrà fare il suo mestiere e noi attuare un aggiornamento delle norme di sicurezza».

Giubilaro vuole un pool di controllo
«NON si può morire di lavoro». A dichiararlo è Aldo Giubilaro, procuratore capo di Massa. La notizia delle due morti in cava, Federico Benedetti e Roberto Antonioli Ricci ha scosso profondamente la provincia. «Non mi sento di dire
che ci siano condizioni di sicurezza accettabili all’interno
delle cave di Massa Carrara; chi ha l’obbligo di mettere in atto
le normative antinfortunistiche e rispettare le regole per la
sicurezza dei lavoratori non lo fa; e chi dovrebbe controllare
che ciò accada non è nelle condizioni per farlo». Prosegue il procuratore capo: «È impossibile che nessuno si accorga che i bacini apuani sono unici, più ampi, più complessi, con un tipo di attività più intensa e più pericolosa rispetto ad altre cave: abbiamo per questo bisogno di potenziare i controlli, magari creando un organismo, tra Procura, Forestale, Vigili del fuoco e Usl che si occupi esclusivamente del mondo cave», ha aggiunto Giubilaro secondo il
quale «non si può morire di lavoro».

Soccorsi da protocollo troppo lenti Noi avremmmo risparmiato 5 ore
LA DENUNCIA ANDREA BENEDETTI SPARA CONTRO LE PROCEDURE
«MIO CUGINO se n’è andato per qualcosa di importante, far capire come lavoriamo al monte». Non riesce a darsi pace Andrea Benedetti, cugino di Federico. Lui, assieme a Luigi, zio del cavatore morto giovedì mattina, è rimasto al monte anche durante la notte, finché il parente non è stato ritrovato dai soccorsi. «Mi aveva fatto un regalo di Natale: lavorare insieme. Siamo sempre stati molto legati, erano decenni che collaboravamo al monte. Sono distrutto da quanto è accaduto. Non riesco ancora a capire come possa essere successa a lui una tragedia simile. Siamo tutti completamente distrutti da quanto accaduto. Un grande uomo, una persona perbene. Mi ha tremendamente scosso che se ne sia andato in questo modo».
BENEDETTI era sul posto, a Colonnata, quando la tragedia si è consumata. È stato il primo ad avvenutarsi tra le rocce franate dal monte per cercare di trovare il cugino. «Ho fatto suonare più volte il cellulare per capire dove fosse. Purtroppo non si capiva dov’era, squillava a vuoto». Alla disperazione per quanto accaduto, si mischia nella mente e nel cuore di Benedetti anche la rabbia per i soccorsi, avvenuti, secondo il parente del titolare che ha avuto una ditta di nome Scaviter, troppo lentamente. «I soccorsi – prosegue – si sono presi tutto il loro tempo per agire. I protocolli per muoversi io credo siano troppo lenti, l’ho detto anche ai nostri due sindaci. Se intervenivo io si iniziava subito a lavorare per cercare di togliere da sotto i massi mio cugino, non cinque ore come abbiamo aspettato. Non sto parlando senza cognizione di causa, quando c’è stata l’alluvione sono stato tra i primi a muovermi, così come quando avvenne la frana a Massa. Non ce l’ho con i singoli soccorritori, è chiaro, capisco la situazione, comprendo il loro agire in completa sicurezza, ma dovete anche capire il nostro stato d’animo in quel momento. Quando abbiamo operato noi, siamo rimasti tutta la notte ad estrarre le pietre, loro si davano il cambio ogni 5 minuti. Con tutta la perdita di tempo che ne consegue. Se c’era una possibilità su un milione di trovarlo ancora vivo io credo che la siamo giocata aspettando». Al termine dell’assemblea, hanno portato il loro saluto ai due cavatori e alle famiglie anche i sindacati che pochi minuti prima erano in Comune per l’assemblea dei lavoratori al monte.

Gli lasceremo i vestiti da lavoro Lo strazio del figlio Matteo che si è salvato per caso
Il monte è franato giovedì alle 13,45 portando con sé la vita di due cavatori, Federico Benedetti e Roberto Antonioli Ricci, ferito Giuseppe Alberti
Tutta la notte. I colleghi dei due cavatori hanno proseguito le ricerche giovedì notte, fino a quando, all’alba sono stati ritrovati i corpi dei due cavatori morti
di ALFREDO MARCHETTI
«SE NON fossi stato male, sarei potuto essere al suo posto». A dirlo, con grande dolore nel cuore, è Matteo Benedetti, figlio di Federico, uno dei due cavatori morti giovedì mattina a Colonnata. Un lungo via vai di cavatori ha portato l’ultimo saluto ai due colleghi ritrovati all’alba. Con i lavoratori hanno espresso il cordoglio a nome della città anche il sindaci Angelo Zubbani e Alessandro Volpi. Straziante il cordone di amici dei due cavatori che si èformato, fin dalle prime ore della mattinata, fuori dalla camera mortuaria per salutare i parenti dei due caduti sul lavoro.
«STAVO poco bene – prosegue – mi sono affacciato sulla bancata ed ho deciso di tornare a casa, anche perché avevo una visita. Ci siamo visti negli occhi e ci siamo salutati. Quando è successa la tragedia io non stavo bene. Mi hanno detto quello che è successo e ancora adesso non riesco a capacitarmi dell’accaduto. Ora è qui – prosegue mostrando con una mano la camera mortuaria –, non lo lasciano vedere fino a quando la procura non ha fatto l’autopsia». Decisione che è avvenuta nel tardo pomeriggio di ieri. «Mia intenzione – ha proseguito – non è vestirlo per il funerale, ma lasciargli addosso i vestiti da lavoro. È così che è uscito di casa e così sarà anche dopo». A fare compagnia al figlio, lo zio del cavatore, Luigi, che giovedì mattina è salito al monte per cercare di togliere dalle macerie il nipote e il padre di Federico, Aliedo, anche lui stremato dal dolore. «Mi hanno chiamato subito dopo l’accaduto dicendomi che dovevano darmi una tremenda notizia. Sono ancora scosso da quanto successo. Una tragedia, un vero dolore. Luigi era alla cava in quei momenti, lui è rimasto davvero colpito da quanto accaduto, non riesce a darsi pace». In Comune il padre di Giuseppe Alberti, l’unico che si è salvato, ora al Noa: «Siamo riusciti a salutarlo – ha dichiararto Graziano –, ma niente di più. Ha la mascherina al volto. Fortunatamente ci hanno detto che l’operazione alla aorta non è necessaria».

Parla il sopravvisuto Alberti: «La sicurezza non c’entra» Come si fa a prevedere che cade un monte
«Quella cava è sicura». «Quella cava per la sicurezza è al top, l’ho detto al procuratore. Ma in questo caso c’era ben poco da fare, perchè si è staccato un pezzo di monte grande come questa stanza»
«Sono un miracolato». «A un certo punto è sparito il terreno sotto i miei piedi e per fortuna avevo l’ancoraggio a 15 metri. Fosse stato spostato anche di poco, sarei precipitato. Così ho riportato la pelle a casa, sono un miracolato»
«I miei compagni...». Giuseppe Alberti ancora non sa che i suoi due colleghi sono morti: «Per fortuna – dice – i miei compagni hanno minore male di me, almeno così mi hanno detto»
di ANGELA MARIA FRUZZETTI
«HO R’PORTAT la peda a cà». Sorride Giuseppe Alberti e non gli manca la battuta, in dialetto. Sì, il cavatore di Forno ha riportato la pelle a casa. E ora, nonostante la maschera per ossigenoterapia sul volto, riesce a parlare e gli fa piacere ricevere visite. Siamo al Noa ed è una giornata di sole: sullo sfondo le Apuane incoronano questo splendido territorio che potrebbe vivere di bellezza e non di macerie, se solo la politica lo avesse a cuore. Giuseppe è ricoverato in terapia intensiva dal pomeriggio di giovedì, da quel maledetto incidente in cava, in attesa di essere trasferito con l’elicottero a Pisa per un intervento al bacino. Non ha ferite evidenti: «E’ andata bene, un miracolo – dice –. Il terreno all’improvviso ci è andato via da sotto i piedi. Per fortuna il mio ancoraggio era a circa 15 metri dal punto dove mi trovavo. Sono rimasto sospeso nel vuoto: se l’ancoraggio fosse stato spostato anche di un metro, sarei precipitato».
LA CAVA è sempre pericolosa quando si cade. «Ma non c’entra nulla la sicurezza in quello che è accaduto – cerca di spiegare –. Quella cava per la sicurezza è al top, l’ho detto anche al procuratore. Questa è stata una frana e nessuno può prevedere che si stacchi un pezzo di monte grande più di questa stanza. Se la frana avesse avuto un fronte più ampio, io sarei precipitato nonostante le misure di sicurezza adottate». Alberti se l’è cavata con alcune fratture ed è consapevole del trasferimento a Pisa. «Ho festeggiato il mio compleanno – aggiunge con ironia –. Proprio l’11 aprile ho compiuto 48 anni. Miracolato». Da sei mesi lavora nella cava Antonioli, nel bacino di Colonnata, dopo vent’anni di lavoro nel settore edile, spazzato via dalla crisi.
«TROVARE un lavoro oggi è difficile – commenta il suocero – e Giuseppe è stato contento di aver trovato quel posto in cava». Lo zio Enzo non riesce a trattenere l’emozione, pensando a quel nipote rimasto appeso a un costone di monte, tra la vita e la morte: «E’ stato forte Giuseppe, sapeva di non dover cedere e di restare sveglio e lucido, aggrappato alla fune in attesa dei soccorritori. L’imbragatura era a metà e se avesse perso i sensi, si sarebbe capovolto e per lui sarebbe stata la fine». Una fine atroce.
«SO CHE i miei compagni hanno minore male di me, per fortuna. Almeno così mi è stato detto», commenta Giuseppe, che ancora non sa che i suoi compagni sono morti sotto le macerie. Adesso ha bisogno di tranquillità e il tempo e le cure saranno utili per rimetterlo in sesto e fargli sapere al momento opportuno che lui solo è sopravvissuto a quell’inferno bianco.

Lutto cittadino Ferri: Stati Generali della sicurezza
Cosimo Ferri. «Bisogna incrementare il lavoro di prevenzione nella sostanza più che nella forma: è necessaria più severità. Intanto noi organizzeremo gli stati generali della sicurezza»
«Il 2 maggio - commenta la senatrice Camilla Fabbri della Commissione d’Inchiesta sugli Infortuni sul Lavoro - faremo un sopralluogo nella cava dell’incidente»
OGGI a Massa e Carrara è lutto cittadino, che si ripeterà anche nel giorno delle esequie. Quello proclamato dai sindaci delle città di Massa, Alessandro Volpi e di Carrara Angelo Zubbani, per la tragica morte di Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, nelle cave del bacino agro marmifero di Gioia. Innumerevoli i messaggi di cordoglio giunti dai rappresentanti di istituzioni, enti, associazioni e organizzazioni, locali e non, uniti alle considerazioni su quanto accaduto giovedì tra i marmi delle Alpi Apuane. Il sottosegretario al Ministero della Giustizia, il lunigianese Cosimo Maria Ferri, che ieri ha effettuato un sopralluogo nel luogo della tragedia, ha espresso «dolore e sconforto per le vittime e le famiglie», rimarcando l’importanza «di far rispettare le regole di sicurezza e la necessità d’incrementare il lavoro di prevenzione nella sostanza, più che nella forma. E’ necessaria più severità e a tal proposito lanceremo gli stati generali della sicurezza sul lavoro». Anche l’onorevole del pd Andrea Rigoni, dopo essere giunto nella cava ora sotto sequestro, ribadisce «la necessità di invertire rotta. Occorre che le amministazioni locali coinvolte adottino regolarmenti comuni e più rigidi e soprattutto che si adoperino per farli rispettare dai concessionari. Le concessioni vanno concentrate e razionalizzate. Non c’è composizione d’interesse quando in ballo c’è la vita delle persone». Chi sostiene che «sia necessario capire se ci sono state violazioni», è il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che dichiara «questo inferno non può continuare, non possiamo andare avanti così e non siamo disponibili ad accettare tutto questo come una semplice fatalità». Gli risponde, anche se non direttamente, l’assessore regionale alle attività produttive Stefano Ciuoffo, che dichiara «siamo pronti a fare di tutto per aumentare la sicurezza sul lavoro. La Regione è pronta ad ascoltare i lavoratori e tradurne le richieste in provvedimenti perchè migliori ulteriormente». Tra gli altri interventi quello del sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni, che sottolinea «la necessità di lavorare ogni giorno per migliorare la sicurezza nei bacini estrattivi e nei luoghi di lavoro, consapevoli che esiste una percentuale di imprevedibilità, contenuta in ogni lavoro che presenta rischi oggettivi. E la filiera del marmo è uno di questi». Dura presa di posizione quella del segretario confederale Cisl Andrea Figaia, che definisce «le cave di marmo una enclave dove è difficile entrare, facendo chiarezza, dove la sicurezza come la regolarità contabile e finanziaria, oggetto di ripetute attivita di indagine della magistratura, faticano a farsi spazio. A guadagnare sono in pochi e si muore come in nessun altro distretto in Italia, oltre a subiamo la beffa di vedere i monti che calano con una velocità strabiliante». Mentre il segretario provinciale Pd Cesare Leri invita «istituzioni, rappresentanze sindacali operatori del settore e tutto il mondo della politica, a far quadrato affinchè siano attuate da subito misure che portino in breve tempo a coniugare sicurezza sul lavoro, sostenibilità ambientale e profitto». Oltre alla deputata toscana di di Si Sel Marisa Nicchi, anche i movimenti e partiti politici hanno espresso cordoglio e sono intervenuti sull’accaduto. Da quelli dell’area di centro sinistra di Carrara come il Partito Democratico, Partito Socialista, Articolo Primo, Partito Repubblicano, Sel, Articolo Primo e Carrara Futura, fino a Carrara Bene Comune, La Svolta, Fare Comunità e Verdi di Carrara, il Movimento Cinque Stelle, Federazione Prc di Massa-Carrara e Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro apuana. E l’invito dei Comuni di Massa e Carrara a cittadini, enti, istituzioni, scuole, attività commerciali, organizzazioni sociali e culturali, e a tutti gli altri, è quello «di esprimere la propria adesione al lutto nelle forme ritenute più opportune e ad adottare comportamenti conformi al comune sentimento della città».
Stefano Guidoni

 

 

 

 

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